Holding di famiglia: quando conviene davvero e quando è solo un costo in più

Analisi · Holding di famiglia

Una holding di famiglia conviene quando ci sono utili che restano dentro il gruppo e più rami familiari da tenere insieme. Il vantaggio fiscale è reale ma piccolo: sui dividendi che non escono dalla famiglia si paga circa l'1,2% invece del 26%. Tutto il resto è governance, e lì una holding può anche peggiorare le cose.

Questo pezzo non parla di ottimizzazione fiscale in astratto. Parla di tre aziende manifatturiere italiane che una holding di famiglia ce l'avevano, di come era costruita e di come è finita.

Holding di famiglia: quando conviene, in concreto

Le condizioni sono tre e vanno verificate tutte, non una. Ognuna si controlla sui propri numeri in mezza giornata, e il controllo si fa prima di sentire un consulente, non dopo.

Ci sono utili che restano dentro, e per più di un anno

La holding lavora sul denaro che si sposta dalla società operativa a una cassaforte comune e da lì viene reinvestito. Se l'utile finisce ogni anno sui conti personali dei soci, la struttura aggiunge un passaggio e non toglie niente, perché al momento del prelievo la tassazione personale arriva comunque.

Il conto da fare è a due colonne. Nella prima metti il dividendo medio degli ultimi tre esercizi, cioè quanto è davvero uscito dalla società verso i soci, non l'utile di bilancio. Nella seconda metti la parte di quel dividendo che dopo dodici mesi era ancora lì, non spesa. È la seconda colonna che la holding può lavorare.

Sul differenziale fra l'1,2% della holding e il 26% della persona fisica ci sono quasi venticinque punti. Il conto del pareggio è una divisione: il costo di gestione annuo diviso quei venticinque punti. Con una gestione fra i duemila e i quattromila euro l'anno servono fra gli ottomila e i sedicimila euro di dividendo che restano dentro perché la struttura ripaghi sé stessa, e quella è la soglia minima, non quella in cui conviene. Il vantaggio vero comincia quando il denaro trattenuto viene messo a lavorare: un macchinario che sostituisce una lavorazione esterna, la quota di un fornitore critico, il capannone accanto.

Nel manifatturiero c'è una variante che vale la pena guardare, ed è il gruppo di due società: una che produce e una che commercializza, o una che lavora conto terzi e una a marchio proprio. Lì i dividendi si muovono già fra soggetti diversi, spesso passando dalle persone fisiche, e una holding che li raccoglie senza farli uscire è il caso in cui il risparmio è più visibile.

Quando salta: utili bassi o ciclici, azienda che ha bisogno di tutta la cassa che produce, soci che vivono di quel dividendo. In quei tre casi la holding è un costo fisso su un flusso che non c'è.

Ci sono più rami familiari, o ci saranno fra quindici anni

Un titolare unico con un figlio unico non ha un problema di governance, ha un problema di successione, che è un'altra cosa e si risolve altrove.

Il problema nasce con l'aritmetica delle generazioni. Due fratelli al cinquanta per cento diventano, con due figli ciascuno, quattro soci al venticinque. Alla generazione dopo, se i quattro hanno due figli a testa, sono otto persone al dodici e mezzo, e fra loro ci sono cugini che non lavorano in azienda, cugini che ci lavorano da vent'anni, e almeno un coniuge con idee proprie. Nessuno di loro, da solo, può decidere niente.

Qui la differenza fra una PMI manifatturiera e un'azienda di servizi è netta, ed è la ragione per cui il problema da noi pesa di più. La quota è illiquida. Un dodici e mezzo per cento di un'officina meccanica non quotata non lo compra nessuno a un prezzo decente, quindi il socio scontento non se ne va: resta, e vota. Il capitale è immobilizzato in macchinari e capannone, quindi liquidarlo significa toccare la capacità produttiva. Il valore, infine, dipende da poche persone che sanno fare una cosa, e questo rende la valutazione un esercizio su cui nessuno dei rami sarà mai d'accordo.

Il controllo si fa con un foglio e una matita: disegna l'albero della famiglia a quindici anni da oggi e conta quante persone avranno un voto. Se il numero è superiore a tre, la struttura che esiste quel giorno deciderà al posto vostro, e quella struttura la state scegliendo adesso.

Quando salta: quando la holding viene aperta per non affrontare un disaccordo che è già in corso. Su quello torniamo più avanti, con il caso Snaidero.

Ci sono beni oltre all'azienda operativa

Nella maggior parte delle PMI manifatturiere il patrimonio non sta tutto nella società che fattura. Sta nel capannone, che spesso è intestato alle persone o a una piccola immobiliare e affittato all'operativa. Sta in un secondo stabilimento comprato in un anno buono. Sta in una partecipazione di minoranza in un fornitore, o in un magazzino di materia prima che vale più del previsto.

La holding serve a tenere questi beni separati dal rischio industriale, che nel manifatturiero ha una forma precisa: la responsabilità per un prodotto difettoso finito dentro l'impianto di un cliente, una commessa contestata che diventa una causa lunga anni, un cliente importante che porta i libri in tribunale, una vertenza ambientale sul sito. Sono rischi che nascono nella società operativa, e senza separazione arrivano a tutto il resto.

C'è però un limite che va detto subito, perché è quello che rende inutili molte holding aperte per protezione. Le garanzie personali già firmate restano tue. Se hai messo la firma su un affidamento di cassa, su un leasing o su una fideiussione a favore di un fornitore, la holding non le cancella e la banca non se ne accorge nemmeno. La separazione funziona sui rischi futuri e su quelli che nascono dentro la società, non su quelli che ti sei già assunto di persona.

Quando salta: quando il patrimonio da proteggere è già dentro l'operativa e spostarlo fuori adesso ha un costo fiscale, o quando la protezione arriva dopo il problema, che è il momento in cui un giudice la guarda con più attenzione.

Le tre condizioni insieme

Se manca la prima la holding è un costo. Se mancano la seconda e la terza è un costo elegante. Se ci sono tutte e tre, il tema non è più se farla ma come scriverla, ed è lì che le cose vanno storte anche alle famiglie che l'hanno fatta bene.

Quanto si risparmia sui dividendi, e quanto costa la struttura

Quando la società operativa distribuisce un dividendo a una holding che la controlla, il 95% di quel dividendo è escluso da tassazione e si paga IRES del 24% solo sul 5% rimanente, per un'imposta effettiva dell'1,2% (articolo 89 del TUIR). Se lo stesso dividendo arriva direttamente alla persona fisica, scatta una ritenuta del 26% a titolo d'imposta (articolo 27 del DPR 600/73).

1,2%

L'imposta effettiva sul dividendo che la società operativa distribuisce alla holding che la controlla: IRES al 24% sul solo 5% che resta tassabile.

26%

La ritenuta a titolo d'imposta se lo stesso dividendo arriva direttamente alla persona fisica. Fra le due strade ci sono quasi venticinque punti.

Fonte: articolo 89 del TUIR e articolo 27 del DPR 600/1973

Su questo punto conviene diffidare degli articoli vecchi, compresi quelli usciti pochi mesi fa. La legge di bilancio per il 2026, cioè la legge 199 del 30 dicembre 2025, aveva subordinato quell'esclusione a una soglia: almeno il 5% del capitale, oppure una partecipazione dal valore fiscale di almeno 500.000 euro.

Quella stretta è durata meno di tre mesi. L'articolo 11 del decreto legge 38 del 27 marzo 2026, che si intitola «Ripristino regime esclusione dividendi e regime PEX», ha abrogato i commi da 51 a 55 della legge di bilancio e ha riscritto l'articolo 89 del TUIR nella formulazione che esclude dal reddito il 95% degli utili percepiti. Le parole «di valore fiscale non inferiore a 500.000 euro» sono state soppresse una per una. L'articolo dispone che le sue norme si applicano dal primo gennaio 2026, quindi a ritroso, e il decreto è stato convertito dalla legge 88 del 22 maggio 2026: il testo coordinato pubblicato in Gazzetta Ufficiale conferma l'articolo 11.

Chi ha letto un pezzo scritto fra gennaio e marzo ha in testa una regola che non c'è più.

Su centomila euro di utili distribuiti la differenza è fra circa 1.200 euro e 26.000 euro.

È un numero che fa impressione e va letto con attenzione, perché non è un risparmio: è un rinvio. Quei soldi sono dentro la holding e ci restano. Nel momento in cui il socio li porta a casa, la tassazione personale arriva comunque. Il vantaggio esiste solo se quel denaro viene reinvestito: un macchinario, un'acquisizione, un immobile, la quota di un fornitore strategico. Su un imprenditore che ogni anno porta a casa tutto l'utile, la holding sposta di qualche mese una tassa che pagherà uguale.

Dall'altra parte ci sono i costi, e conviene sapere di cosa sono fatti prima di chiedere un preventivo. Per una holding in forma di Srl le stime pubblicate dagli studi convergono intorno ai 2.000-4.000 euro per la costituzione, che sono onorario del notaio, imposta di registro, bolli e diritti camerali, più la consulenza per scrivere lo statuto. La gestione annua sta nella stessa fascia, 2.000-4.000 euro, e comprende contabilità, bilancio, deposito e dichiarazioni, che una holding deve fare anche quando non emette una fattura. Una holding in forma di società semplice costa meno, intorno ai 1.000-1.500 euro per costituirla, ma è un veicolo diverso con regole diverse.

A questi si aggiunge il tempo, che nei preventivi non compare: un bilancio in più, un consiglio in più, un consulente in più da tenere aggiornato.

Il conto si fa così: quanti utili restano davvero dentro, ogni anno, e per quanti anni.

La holding non decide al posto tuo: il caso Sabaf

Sabaf produce componenti per apparecchi domestici a gas e ha sede a Ospitaletto, in provincia di Brescia. È quotata dal 1998. La holding della famiglia Saleri era costruita come un manuale, e lo si può leggere: l'estratto del patto parasociale è depositato in Consob.

Nella versione depositata, Giuseppe Saleri S.a.p.A. controllava il 50,722% di Sabaf. Dentro la holding, tre soci accomandanti della famiglia avevano esattamente la stessa quota: Cinzia, Gianbattista ed Ettore Saleri, 5.997.000 azioni a testa, il 33,317% ciascuno. Ad amministrare, come soci accomandatari, c'erano tre persone con lo 0,017% a testa, di cui due non appartenenti alla famiglia. Il patto regolava il voto in assemblea, la nomina di tre amministratori indipendenti, i limiti al trasferimento delle quote, e prevedeva una penale da un milione di euro per la violazione, che saliva al 10% del valore della società per i trasferimenti non autorizzati. Era in vigore dall'8 gennaio 2007, rinnovato tacitamente nel 2016.

Tre rami con la stessa quota, gestione in mano a professionisti, penali che rendono costoso rompere. Meglio di così, sulla carta, si fa fatica.

Nel luglio 2019 una comunicazione a Consob registra un fatto di natura diversa. La quota che Giuseppe Saleri deteneva dentro la sua stessa holding era finita sotto pignoramento, e da quel momento il diritto di voto su quelle azioni lo esercita il creditore, BTL Banca del Territorio Lombardo. Non una vendita, non un accordo fra rami: un pignoramento, e una banca che vota dentro la cassaforte di famiglia.

Oggi l'azionariato di Sabaf, come la società lo pubblica, non contiene più quella holding unica. Il primo azionista è Quaestio Capital Management SGR con il 18,18% del capitale, seguito da Cinzia Saleri S.a.p.A. con il 17,91% e da Montinvest con il 10,01%. Anche l'elenco degli azionisti rilevanti tenuto da Consob non riporta più Giuseppe Saleri S.a.p.A. La famiglia è ancora presente, la holding che la teneva insieme no.

La holding è una società, e le quote dentro la holding sono un bene come tutti gli altri. Si possono dare in pegno, si possono pignorare, entrano in una successione. Il patto parasociale regola cosa i soci possono fare fra loro. Non regola cosa succede quando uno di loro smette di poter decidere.

Quando la holding serve a comprare i fratelli: il caso Safilo

Safilo, occhialeria, Padova. Alla morte del fondatore l'azienda viene guidata da tre fratelli. Alla fine del 2000 le visioni divergono, e nel 2001 Vittorio Tabacchi prende il controllo rilevando le quote degli altri due con i soldi di una banca, e mettendo il debito a carico della società che sta comprando. È l'operazione che in finanza si chiama acquisizione a debito, o leveraged buyout: chi compra non tira fuori i soldi di tasca sua, li fa prestare, e a restituirli sarà l'azienda comprata con gli utili che produrrà.

La holding di famiglia si chiamava Only 3T, e i suoi bilanci raccontano come finisce quel meccanismo meglio di qualunque ragionamento. Nel 2013 Only 3T aveva 78,9 milioni di euro di debiti verso due banche, 69,4 milioni con Intesa e 9,6 con la Banca Popolare di Vicenza, chiudeva con una perdita di 2,1 milioni dopo una perdita quasi identica l'anno prima, e pagava oltre 2 milioni di interessi. Le azioni Safilo che deteneva erano iscritte a 20 euro contro un prezzo di mercato di 14,60. A produrre quelle perdite era l'assenza di dividendi: la holding aveva rate da pagare e l'azienda sotto non distribuiva più.

Nel 2009 era entrato il fondo olandese HAL, salito dal 2% al 37% mentre i Tabacchi scendevano dal 40% al 10%. Nel 2018 Only 3T è stata messa in liquidazione, con il 7,7% di Safilo in mano.

78,9 mln

I debiti verso le banche della holding Only 3T nel 2013, contro azioni Safilo iscritte a 20 euro e quotate 14,60. Le rate erano della holding, i dividendi che dovevano pagarle venivano dall'azienda sotto, e si erano fermati.

Fonte: bilancio 2013 di Only 3T

L'acquisizione a debito non è il problema in sé: è uno strumento legittimo, e in certi casi è l'unico modo per sbloccare una famiglia che non si mette d'accordo. Il punto è dove finisce il debito. Il debito sta sulla holding, e a pagarlo sono i dividendi che l'azienda sotto deve continuare a distribuire. Finché il mercato tira, il meccanismo regge. Quando il mercato si ferma, i dividendi si fermano per primi, la holding resta con le rate, e chi porta i soldi per rifinanziarla si prende il controllo.

Ogni volta che una holding viene usata per liquidare un socio a debito, chiedi al consulente chi paga le rate se il fatturato cala del trenta per cento per due anni.

Quando il problema non è la struttura ma la decisione: il caso Snaidero

Snaidero produce cucine a Majano, in provincia di Udine. Nel dicembre 2010 ristruttura un debito di circa 110 milioni di euro con un consorzio di quindici banche. Secondo la ricostruzione di Affaritaliani il debito arriverà poi a 114 milioni, con un rosso di 40 milioni accumulato fra il 2010 e il 2012 e il fatturato sceso da 180 a 126,6 milioni. Nel 2009 il gruppo tedesco Nobilia rileva un primo 30% della controllata Fdb, e fra il 2013 e il 2015 sale al 70%. Alla fine il controllo esce dalla famiglia, che resta con una quota di minoranza.

Fra la prima ristrutturazione del debito e il passaggio del controllo a un fondo passano otto anni, e in mezzo c'è una cessione dopo l'altra: prima una quota della controllata, poi la maggioranza della controllata, poi il gruppo. Ogni passo è più piccolo del problema, e arriva dopo.

Una holding, in una storia così, non avrebbe cambiato la fine. Può rendere costoso litigare, può stabilire chi vota e in che ordine, può impedire che le quote finiscano fuori dal perimetro. Non può far decidere prima una famiglia che sta decidendo tardi, e non può decidere al posto suo. Chi apre una holding per rimandare una conversazione difficile ha comprato tempo, e l'ha pagato.

I segnali che in azienda serve, e cosa non risolve

In ordine, dal più rilevante.

Gli utili restano dentro e non sai dove metterli. Se ogni anno chiudi con liquidità che non distribuisci e non hai un posto in cui reinvestirla, la holding ha un lavoro da fare. Non risolve però il problema a monte, che è l'assenza di un piano di investimento: una cassaforte piena e senza destinazione resta una cassaforte piena.

Ci sono immobili o partecipazioni fuori dall'attività principale. Separarli dal rischio industriale ha senso in un settore dove una contestazione su una fornitura può diventare una causa da anni. Non protegge da tutto: le garanzie personali che hai firmato in banca restano tue, holding o non holding.

Ci sono due o più rami familiari con quote paritarie. È la condizione in cui la struttura serve davvero, perché senza regole scritte il cinquanta e cinquanta è una paralisi in attesa di un motivo. Ma scrive le regole, non le fa rispettare da sole: Sabaf aveva una penale da un milione e non è bastata a tenere unita la cassaforte.

Sta arrivando un passaggio generazionale. A giugno 2025 i titolari d'impresa italiani con almeno settant'anni erano 314.824, il 10,7% del totale, contro l'8,9% di dieci anni prima. Sono elaborazioni Unioncamere-InfoCamere sul Registro delle imprese, e dicono che il ricambio riguarda molte più aziende di quante ci stiano lavorando. La holding aiuta a trasferire il patrimonio, non a trasferire la guida. Sono due problemi diversi e il secondo è più difficile.

314.824

I titolari d'impresa italiani con almeno settant'anni a giugno 2025: il 10,7% del totale, contro l'8,9% di dieci anni prima.

Fonte: Unioncamere-InfoCamere, elaborazioni sul Registro delle imprese

Chi guarda la tua azienda da fuori, intanto, questi ragionamenti li sta già facendo. Ne abbiamo scritto in il tuo passaggio generazionale lo stanno già valutando, e la parte su chi eredita sta in le grandi verità da affrontare se erediterai una PMI manifatturiera italiana. Se invece l'ipotesi sul tavolo è l'ingresso di un compratore, il meccanismo è quello raccontato in un fondo ha comprato il 70% di chi fa gli stampi per i biscotti.

L'ordine giusto delle cose

La holding è l'ultimo passo, non il primo.

Prima si decide chi guiderà l'azienda e con quali obiettivi misurabili. Il passo successivo è decidere come si dividono la proprietà e i frutti, che non è la stessa cosa: si può guidare senza avere la maggioranza e si può avere la maggioranza senza guidare. Solo dopo si sceglie il contenitore, che a quel punto è un problema tecnico da girare a un commercialista e a un notaio.

Fatto in quest'ordine, il contenitore costa cinquemila euro e serve. Fatto al contrario, costa cinquemila euro e serve a rimandare la parte difficile.

Domande frequenti

Quando conviene davvero una holding di famiglia?
Quando ci sono utili che restano dentro il gruppo e vengono reinvestiti, quando esistono più rami familiari, e quando ci sono immobili o partecipazioni da separare dal rischio dell'attività industriale. Se l'utile esce ogni anno verso i conti personali, il vantaggio fiscale si annulla al momento del prelievo.

Conviene aprire una holding se siamo due fratelli e non andiamo d'accordo?
La holding mette per iscritto chi vota cosa e quanto costa rompere, e questo aiuta. Non produce l'accordo che manca. Nei casi in cui il disaccordo riguarda il futuro dell'azienda, e non la gestione quotidiana, conviene affrontarlo prima e scegliere la struttura dopo.

Quanto costa tenere una holding ogni anno?
Le stime che circolano vanno dai 1.500 ai 3.000 euro l'anno di gestione, a cui si aggiungono la costituzione e la consulenza iniziale, per un totale fra i cinquemila e gli undicimila euro il primo anno. Il costo vero però è il tempo di governo: un bilancio in più e un tavolo decisionale in più.

Se metto l'azienda dentro una holding, i creditori possono ancora prendersela?
La holding separa i patrimoni, ma non cancella le garanzie personali già firmate e non rende intoccabili le quote. Come mostra il caso Sabaf, le partecipazioni dentro una holding possono essere pignorate, e da quel momento il diritto di voto lo esercita il creditore.

Se le tre condizioni ci sono e la domanda non è più se farla ma come scriverla, la parte che conta è l'ordine: prima chi guida, poi come si dividono la proprietà e i frutti, e solo dopo il contenitore.

Parliamone

Contenuto divulgativo. Le informazioni fiscali e societarie di questo articolo sono generali e aggiornate a settembre 2026, non sostituiscono il parere di un commercialista o di un notaio, e la convenienza di una holding dipende dai numeri e dalla situazione familiare della singola azienda. Prima di costituire una struttura societaria, fatevi fare due conti sui vostri dati.

L’obiettivo non è semplicemente informare, ma fornire strumenti concreti per agire.

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